| Il burqa della discordia | | Stampa | |
| Scritto da 05/10/2009 16:54:54 | Jeune Afrique | Di: Fawzia Zouari | |||
| 27 Gennaio 2010 | |||
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Articolo tradotto da Angela Gennaro, giornalista e membro dell'Ass. Arabi Democratici Liberali Che scandalizzi o che diverta i musulmani di Francia, in maggioranza laici e senza veli, il grande paradosso francese sull’islam non accenna a smettere di piantar grane. Il paese europeo che meglio ha strutturato la sua componente musulmana (Consiglio francese del culto musulmano, luoghi di preghiera, formazione degli imam), resta in realtà quello che ha più problemi con i segni visibili dall'islam. In Belgio, per esempio, il ministero della Giustizia ha incoraggiato recentemente i propri agenti a portare il velo... In Francia si dibatte sull'interdizione del velo integrale. Certamente, il burqa - o il niqab – sta al velo classico come il tanga sta alle mutandine moderne: è la sua versione esagerata. E c’è da scommettere che, se il burqa continua a far discutere, il velo si banalizzerà; in breve, il hijab finirà per diventare accettabile in rapporto all’inaccettabile niqab. Comunque sia, i lavori della missione di informazione parlamentare, in corso da luglio per illuminare i deputati francesi su questo delicato argomento, cominciano a mostrare i limiti di una qualsivoglia azione legislativa.
Se la preservazione della scuola è servita da argomento essenziale per vietare il foulard in ambiente scolastico, nel 2004, che cosa bisogna ormai invocare per proibire che donne maggiorenni e colte indossino il burqa per la strada? Rifiuto di emancipazione per mancanza di discernimento? Messa in questione dell’uguaglianza dei sessi? Oltraggio alla libertà delle donne? No, ribattono le interessate, che dichiarano di assumere le proprie scelte e di vivere a loro modo. E che assicurano che il macho musulmano non esiste. Ai loro occhi, la dignità equivale alla decenza. E le più erudite affermano che, nei tempi, solo le schiave e le donne di bassa condizione erano autorizzate a non mettersi il velo: mai le donne “degne”.
Le “imburqate”, come le si potrebbe chiamare, hanno risposto anche all’accusa di “turbamento dell’ordine pubblico”: e in che cosa il velo potrebbe generare il disordine nel momento in cui queste donne si credono l’esempio stesso del rispetto della “morale”? Si può obiettare che il burqa attiri più attenzione di quanta ne dissimuli. Loro vi risponderanno che i passanti non hanno che da abbassare gli occhi. E che la diversità culturale difesa dalla Francia non dovrebbe essere che una veduta dello spirito… La diversità culturale: quella che veste una donna, e dalla testa ai piedi, se occorre!
Resta poi, certo, il campo religioso, e cioè il più scivoloso per sostenere un divieto. Ma è forse compito della Repubblica francese di sostituirsi agli ulema (i dotti musulmani di “scienze religiose”, ndr)? Certo che no…. In definitiva, non vi è che una sola soluzione: perseguire l’approccio tipicamente paradossale della Francia, ricorrere chiaramente alle parole “assimilazione repubblicana”, e predicare un “femminismo alla francese”…
C'è tuttavia un argomento di peso, che le “velate” non possono contestare: la sicurezza. Non si sa mai chi si nasconde sotto un burqa. Ma se si impedisce il burqa, come punire i recalcitranti? Verbalizzando? Organizzando delle retate? Chiudendole sotto chiave nelle loro case? Mettendole su dei charter per mandarle nei paesi musulmani? Ecco la vera galera nella quale il legislatore francese rischia di ritrovarsi, se cede alla sua mania di legiferare a tutti i costi.
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