| Islam, quei laici e liberali alternativi ai profeti dell’odio | | Stampa | |
| Scritto da Il Velino - Paolo Fantauzzi | |||
| 06 Gennaio 2010 | |||
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Intervista ad Anna Mahjar Barducci di Paolo Fantauzzi, Il Velino Roma, 5 gen (Velino) - La tendenza a considerare l’Islam come un monolite rischia di far dimenticare la varietà di posizioni, se non di vere e proprie divergenze, al suo interno. Eppure, in quello che sbrigativamente viene etichettato come “mondo mussulmano”, non mancano voci critiche e anche profondamente laiche che potrebbero rappresentare una valida alternativa ai profeti dell’odio o agli intellettuali del doppio linguaggio, ambigui nei confronti della violenza e del terrorismo. Possibili punti di riferimento modello per quelle seconde generazioni che si trovano a oscillare fra la rottura completa o la piatta omologazione ai modelli imposti dalla famiglia d’origine. Come nel caso dell’intellettuale libico Mohammed El Houni, fondatore dell’associazione degli arabi razionalisti, nome d’altri tempi per un circolo no-profit che ha sede a Parigi e si propone di far trionfare la forza della ragione. O come la sociologa algerina Samia Kouider, esperta di diritti umani e diritti delle donne, da 20 anni residente in Italia ma sconosciuta ai più. Solo sparute eccezioni? Nient’affatto, a sentire Anna Mahjar-Barducci, presidente dell’associazione Arabi democratici e liberali e autrice di “Italo-marocchina”, libro autobiografico di una ragazza che in due generazioni ha smontato tutti i luoghi comuni cui siamo abituati circa l’“impermeabilità” dell’Islam: padre italiano, madre marocchina, marito ebreo israeliano. “Nei Paesi arabi, e più in generale in quelli musulmani, c’è tutta una maggioranza silenziosa fatta di studenti, casalinghe, commercianti che odiano il terrorismo e gli integralisti e hanno idee liberali - afferma al VELINO Mahjar-Barducci - perché si battono per le stesse cause a ogni latitudine: le libertà dell’individuo, d’espressione, diritti umani delle donne, delle minoranze religiose. Gli integralisti sono una minoranza, però fanno più rumore degli altri e affascinano i media occidentali, che danno loro uno spazio che in realtà non hanno. La tendenza a semplificare le cose forse rende più facile capire la realtà ma non coglie la verità”. E a dimostrazione di questa tesi, la scrittrice e giornalista, cita tutta una serie di esempi. Come il successo di “Marock, storia d’amore fra una coppia di ragazzi (lei musulmana, lui ebreo) che nel 2006 sbancò i botteghini del Marocco risultando il film più visto dell’anno, con file interminabili di adolescenti col velo innamorate del protagonista sefardita. O come il caso di Begum Nawazish, che travestito da donna conduce il programma più amato del Pakstan e può permettersi di dire ciò che vuole, dal sesso alle critiche al governo. “Il problema è che c’è più interesse a invitare in tv un imam che parla di radicalismo che portare in studio persone di buon senso - prosegue Mahjar-Barducci -. Gente che magari ha l’accento milanese ma davanti alla perdita di identità indossa abiti che ormai non si usano neppure più nei Paesi da cui provengono. Oppure si dà spazio a intellettuali che non sono affatto rappresentativi del mondo arabo, come Tareq Ramadan, che non è mai citato in un quotidiano saudita o libanese e compare solo in Europa, dove ha la massima visibilità”. Il rischio, così, è che senza fornire una valida alternativa, l’unica soluzione per i figli degli immigrati - chiamati a un ruolo che li vede stranieri nel paese in cui sono nati - sia quello di seguire il verbo fondamentalista. Ecco perché Mahjar-Barducci è critica anche con la proposta di concedere il diritto di voto dopo cinque anni di permanenza. “Rischia di essere un escamotage che non porta a nulla, perché il voto non può essere l’unica politica di integrazione. Quel che serve davvero è il controllo degli imam che predicano nelle moschee, la regolarizzazione dei circoli per la loro preparazione e la creazione di centri per alfabetizzare le donne”. E, corollario non secondario per uno stato davvero laico, la fuga da ogni astruso particolarismo giuridico che rinnega l’universalità del diritto in nome del presunto rispetto delle tradizione religiosa altrui. Un esempio? La proposta di dare vita a un’“ infibulazione soft”, col paradosso di consentire quella stessa pratica (tribale, non coranica) “che le ong cercano di eliminare nei Paesi africani, perfino con l’aiuto degli Stati, come avviene in Djibouti o in Mali”.
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